Ci sono giorni in cui rimpiango i tempi della pochezza, quando i dischi su cui piangere erano solo una piccola torre. Sapevo come vestirmi, qualche parte interpretare. Ero in grado di fingere una conoscenza del post-punk che probabilmente non raggiungerò mai.
Spaziando tra generi che un tempo ero solita schifare credo di aver perso pezzi della mia capacità di trovare conforto in ciò che amo.
La sovrabbondanza di fonti ha cancellato il mio orgoglio identitario. Sono davvero qualcosa?
La visione di “Control” ha riportato a galla il ricordo dei tempi in cui scoprii i Joy Division.
Indossando cuffie che annullano il rumore del pianeta e tornando per necessità alla voce di Ian Curtis ho l’impressione che in questi anni non sia accaduto nulla. Nulla di ugualmente dilaniante.
A quindici anni amavo soffrire con la mia musica, per trarne una qualche forma di conforto. Oggi la sento scalpitare tra lo stridore di un treno in frenata ed auricolari che mi fanno venire la nausea.
La domanda é: perché non ho ancora appreso la sublime arte di sentirmi adeguata?